Ci sono tabelle che misurano la dimensione del turismo, e tabelle che ne rivelano la struttura profonda. Questa appartiene alla seconda categoria. Perché mostra che la crescita delle presenze turistiche a Roma tra il 2014 e il 2024 non è stata un fenomeno indistinto, distribuito in modo uniforme tra tutti i mercati, ma il risultato di una precisa gerarchia di contributi. Alcuni Paesi hanno spinto con forza l’espansione della città; altri l’hanno accompagnata; altri ancora hanno perso terreno.

Il primo dato che colpisce è il peso del mercato domestico. L’Italia, da sola, contribuisce con circa 7 milioni di pernottamenti aggiuntivi, risultando il principale apporto alla crescita complessiva del periodo. È un dato molto importante, perché ricorda una verità che talvolta viene sottovalutata: Roma è una grande capitale internazionale, ma continua ad avere nel mercato interno una base essenziale di solidità, di volume e di continuità. La crescita della città, in questi dieci anni, non si spiega senza questo rafforzamento della domanda italiana.
Subito dopo viene il grande protagonista internazionale: gli Stati Uniti, con un contributo di circa 3,3 milioni di presenze aggiuntive. È un numero enorme, e non sorprende. Il mercato americano non è soltanto uno dei più grandi per Roma; è anche uno di quelli che più chiaramente definiscono il rango globale della città. Quando cresce l’America, cresce una parte decisiva del turismo romano: quella a più alta capacità di spesa, più orientata al soggiorno culturale, più sensibile al valore simbolico della destinazione. In un certo senso, la centralità degli Stati Uniti conferma che Roma resta una delle grandi mete mondiali del desiderio urbano.
Ma la tabella racconta anche un’altra storia, forse ancora più interessante: quella della crescita dei mercati del lungo raggio non tradizionale o meno storicamente centrali. La Cina aggiunge circa 1,1 milioni di pernottamenti; il Brasile quasi 910 mila; il Canada oltre 856 mila; la Corea del Sud quasi 777 mila; l’Australia oltre 708 mila; il Messico quasi 700 mila. Sono numeri che, presi singolarmente, possono sembrare inferiori a quelli dei grandi mercati consolidati, ma che nel loro insieme descrivono una trasformazione importante: Roma si è allargata geograficamente. La sua crescita non dipende più solo dai bacini europei di prossimità o dai mercati storici dell’Occidente avanzato. Si alimenta sempre di più attraverso una costellazione più ampia di provenienze, molte delle quali lontane, dinamiche, in espansione.
Anche alcuni mercati europei continuano naturalmente a dare un contributo positivo. La Polonia cresce di circa 686 mila presenze, la Francia di 625 mila, il Regno Unito di quasi 400 mila, la Spagna di circa 263 mila. Ma qui il messaggio del grafico è piuttosto chiaro: i mercati europei tradizionali, pur restando fondamentali per il volume complessivo, non sono quelli che trainano di più il nuovo salto di scala di Roma. Il loro contributo appare più contenuto, meno dinamico, in alcuni casi più maturo.
E poi ci sono i dati che meritano attenzione strategica. Il Giappone mostra un contributo negativo di oltre 203 mila presenze; la Germania addirittura di oltre 392 mila. Non significa che questi mercati non contino più, né che siano marginali. Significa però che, nel confronto tra il 2014 e il 2024, non hanno accompagnato la crescita della città e anzi ne hanno ridotto il saldo complessivo. Le ragioni possono essere molte: diversa velocità di recupero post-pandemico, cambiamenti nei comportamenti di viaggio, minore dinamismo economico relativo, diversa concorrenza di altre destinazioni. Ma il punto, per Roma, è che questi mercati vanno osservati con particolare attenzione, perché potrebbero richiedere azioni mirate di rilancio, di promozione o di riposizionamento.
La tabella, in fondo, ci dice che il turismo romano dell’ultimo decennio ha cambiato la propria geografia. È cresciuto grazie a un doppio movimento: da un lato il rafforzamento del mercato interno, dall’altro l’espansione di una serie di mercati internazionali ad alta intensità, soprattutto di lungo raggio. È questo il nuovo equilibrio della città. Un equilibrio meno dipendente dalla sola Europa occidentale e più legato alla capacità di Roma di stare dentro le grandi correnti globali del viaggio.




